

Non certificano la qualità, non sono marchi europei e non vogliono esserlo. Le De.Co. sono la carta d’identità dei prodotti e dei saperi locali: uno strumento nato da un’idea di Gino Veronelli per difendere l’anima gastronomica dei territori.
“Le De.Co. sono uno strumento di eccezionale efficacia, per cominciare a patteggiare con la terra”. Tra le molte frasi che hanno reso riconoscibile il pensiero di Luigi “Gino” Veronelli, questa è forse la più adatta per capire cosa siano le Denominazioni Comunali. Anarchico e intellettuale, uomo radicalmente innamorato della terra, le immaginava come un gesto semplice e potentissimo: restituire ai Comuni il diritto di certificare ciò che nasce davvero sul proprio suolo. Non per stabilire gerarchie di valore, ma ‘semplicemente’ per fissare un’origine.
L’idea affonda le radici lontano; infatti, già nel 1959, nel suo I vini d’Italia, Veronelli auspicava una denominazione di origine per i vini gestita dai Comuni. Ma è tra la fine degli anni Novanta e l’inizio del nuovo millennio, nel pieno dell’appiattimento culturale e della globalizzazione alimentare, che le De.Co. diventano una proposta politica e culturale concreta. Uno strumento per difendere quelli che lui chiamava “giacimenti gastronomici”, ovvero le produzioni territoriali a rischio di estinzione.
Bisogna subito chiarire che le De.Co. non sono marchi di qualità. Non certificano che un prodotto sia “più buono”, “più sano” o “migliore” di altri e quindi non competono con DOC, DOCG, DOP o IGP. Non sono bollini per vendere di più, o almeno non automaticamente. Come spiega Roberto De Donno, consulente di marketing territoriale ed esperto di De.Co.: “La Denominazione Comunale è come la carta d’identità. Dice dove sei nato, non se sei bello o brutto, bravo o cattivo. La qualità la decide il consumatore finale”.
La De.Co. è una sorta di atto anagrafico: certifica che un prodotto, una ricetta, un sapere o una tradizione sono nati in un determinato Comune. A firmare questa “carta d’identità” è il sindaco, attraverso una delibera comunale, perché, come ricordava Veronelli richiamandosi all’articolo 5 della Costituzione: l’unico soggetto che può attestare l’origine di qualcosa è l’ente che governa quel territorio.
Le De.Co diventano possibili con la legge 142 del 1990, che riconosce ai Comuni la facoltà di valorizzare le attività agroalimentari tradizionali. Alla fine degli anni Novanta l’ANCI (Associazione Nazionale Comuni Italiani) fa propria l’intuizione veronelliana e nel 1999 lancia ufficialmente il “Progetto De.Co.”, fornendo un regolamento tipo. Il percorso, però, non è stato lineare: momenti di forte espansione si sono alternati a rallentamenti, incomprensioni ministeriali e circolari ambigue. Nonostante questo, oggi le De.Co. sono adottate da oltre 400 Comuni italiani, soprattutto nei territori più piccoli e fragili.
L’iter è piuttosto semplice, veloce e gratuito: una delibera del Consiglio comunale che adotta un regolamento per la valorizzazione dei prodotti e saperi locali. “La delibera è gratuita perché Luigi Veronelli era un anarchico e diceva: ‘quanto costa la carte d’identità? Zero. Quanto costa la delibera? Zero’”, ci racconta De Donno. Al regolamento si affiancano il Registro dei prodotti De.Co., l’Albo comunale delle iniziative e il disciplinare di produzione, che descrive chiaramente ingredienti, tecniche e legame col territorio.
Le informazioni che servono ai comuni sono raccolte nel sito infodeco.it gestito da De e dai suoi studenti universitari in modo gratuito. I produttori che rispettano il disciplinare possono iscriversi al registro e utilizzare ufficialmente la denominazione. Eventuali progetti di promozione e marketing territoriale sono successivi, facoltativi e a pagamento. “Sono 25 anni che giro l’Italia dei piccoli comuni per fare questo. Quando ho conosciuto Veronelli, mi sono innamorato di lui, del suo modo di essere e di fare e ho deciso di portare avanti il suo progetto”.
“Il vero patrimonio dell’Italia sono i piccoli comuni”, insiste De Donno. In quei luoghi – da Amatrice a Fuscaldo famosa per le alici, da Galatina ai borghi della Sardegna dove nasce il pane carasau – le De.Co. diventano un argine alla standardizzazione. Servono a fermare le contaminazioni che nel tempo snaturano le ricette come l’amatriciana fatta con la pancetta. “Quando modifichi la ricetta originale, non stai solo tradendo una tradizione: stai contribuendo a far morire le piccole imprese del territorio”. Ma a cosa servono davvero, se non sono marchi di qualità o certificazioni? La De.Co. non attribuisce riconoscimenti economici diretti, ma offre un potente strumento di valorizzazione e identità territoriale. E per De Donno “è il primo passo per raccontare il territorio, i suoi prodotti e le sue tradizioni, e trasformarli in un brand locale che attragga visitatori”.
Qui entra in gioco un altro tema chiave: il marketing. Un termine che spesso fa storcere il naso, ma che De Donno rivendica con forza. “Puoi avere tutte le certificazioni del mondo. Ma se non racconti il territorio, se non costruisci un brand territoriale, quel marchio resta vuoto”. Le De.Co. funzionano davvero solo quando diventano parte di un progetto: formazione dei ristoratori, eventi, narrazione, lavoro di rete tra Comuni.
Oggi le De.Co. hanno un grande potenziale, ma rimangono spesso uno strumento poco conosciuto e poco coordinato. Manca ancora una strategia condivisa tra Comuni, Ministero, associazioni e media. Senza progetti strutturati, il rischio è che saperi, ricette e comunità si dissolvano. “Se non interveniamo oggi, tra vent’anni non avremo più nulla da raccontare”, avverte De Donno. Il futuro passa dall’educazione al gusto, dalle scuole, dalle famiglie, dalla capacità di spiegare perché una ribollita o delle fave e cicorie sono da tutelare, e da un turismo lento che cerca trattorie autentiche più che ristoranti stellati. Le De.Co. parlano una lingua antica ma attualissima: quella dei luoghi che non vogliono sparire. Come scriveva Veronelli, “l’uomo ha solo dalla terra ciascuna delle reali possibilità”. Le De.Co. potrebbero servire a ricordarcelo.
Fonte: https://www.cibotoday.it/storie/cosa-sono-deco-denominazioni-comunali.html